Nino Gulis: Riflessione sul Mezzogiorno

di Nino Gulis
È negli anni Ottanta che viene compiendosi il passaggio da un’azione pubblica per il Mezzogiorno rivolta al sostegno dello sviluppo di un tessuto economico produttivo a una politica orientata prevalentemente al sostegno dei redditi delle famiglie e delle imprese. Proprio il progressivo estendersi della quota redistributiva dell’intervento pubblico attraverso i trasferimenti dello Stato ha sostenuto la capacità di spesa per consumi nel Mezzogiorno durante tutti gli anni ’80.
La sconfitta delle “speranze riformatrici” rappresenta il più evidente fallimento di questa fase economica, che ci lascia una società più opulenta, ma che si è indebolita nella sua parte più vitale, ha interrotto il processo di trasformazione della sua economia verso una struttura più competitiva in grado di reggere la sfida dei processi di globalizzazione degli anni ’90 e Duemila.
I primi anni novanta sono negativi per il Mezzogiorno: al blocco delle politiche regionali del 1992 si associa l’inizio di una ripresa sostenuta dalla svalutazione che premia principalmente i distretti industriali del Nord. Gli indicatori sociali più importanti per valutare a pieno le trasformazioni della società meridionale, e la connessione tra esse e i processi di sviluppo e modernizzazione del sistema economico, sono certamente quelli relativi all’istruzione.
Nel 1861 le differenze risultavano sorprendentemente elevate. Al Sud era analfabeta in media l’87% della popolazione, con picchi vicini al 90% in Sardegna, Basilicata e Calabria. Partendo da questa situazione, il recupero del Sud Italia appare inizialmente abbastanza lento per diventare più veloce verso la fine del secolo. In un quadro complessivo di notevole innalzamento del livello di istruzione nazionale la convergenza del Mezzogiorno è proseguita per tutto il Novecento.
Alla vigilia del miracolo economico, nel 1951, i tre quarti della popolazione meridionale risultavano ormai alfabetizzati, nel resto d’Italia tale quota superava il 90%. Negli anni del boom economico il processo di convergenza delle regioni meridionali nei livelli di istruzione accelera decisamente, per poi rallentare nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Ma negli anni 2000, finalmente, il Mezzogiorno riesce sostanzialmente a colmare i divari nei livelli di istruzione con il resto del Paese.
Il tasso di scolarità per la secondaria superiore è passato da valori intorno all’85% all’inizio degli anni duemila a valori superiori al 90% negli ultimi anni (94,4% per l’anno scolastico
2009 – 2010). Anche nell’istruzione superiore, il numero degli iscritti e dei laureati del Mezzogiorno è sostanzialmente in linea con quelli del resto del Paese. Mezzogiorno si aggancia al ciclo solo nella seconda metà degli anni novanta, con una crescita – favorita anche dal ripartire delle politiche regionali – che supera in quel quinquennio quella del resto del Paese (2,2% rispetto all’1,7% del Centro – Nord).
La crescita del divario nei tassi di occupazione registrata nel corso degli ultimi trent’anni tra Nord e Sud non può che confermare, anche per il futuro, l’indissolubile legame nel medio – lungo periodo tra crescita economica e crescita civile.
L’intervento iniziale della Cassa fu volto alla cosiddetta “pre industrializzazione”, alla creazione cioè delle condizioni ambientali per l’esercizio di un’industria competitiva. Ed è solo dal 1957 che parte una vera politica di industrializzazione, con il ricorso a più elaborati strumenti di sostegno finanziario alla localizzazione degli investimenti produttivi. È una stagione che durò fino ai primi anni Settata, ed in cui prese avvio l’infittimento della matrice produttiva meridionale, con una quota crescente di investimenti industriali e una forte crescita del tasso di accumulazione. La quota degli investimenti industriali meridionali sul totale nazionale, mediamente pari a meno del 15% negli anni Cinquanta, salì al 24% negli anni Sessanta, e ad oltre il 33% tra il 1971 e 1975.
La forte politica dell’offerta che corse sulle gambe dell’intervento infrastrutturale e di questa politica attiva di industrializzazione consentì al Mezzogiorno di divenire per un quindicennio protagonista dello sviluppo economico nazionale e di partecipare a pieno titolo alla golden age. A metà degli Settanta il Mezzogiorno poteva considerarsi un sistema industriale in via di consolidamento con molti tratti di fragilità e anche macroscopiche inefficienze, ma con una base identificata di vocazioni e di potenzialità.
Il processo di trasformazione, come ricordato, fu bruscamente interrotto nei primi anni Settanta, dagli shocks negativi di origine internazionale, cui fece seguito uno strutturale abbassamento del tasso di crescita dell’economia rispetto al precedente venticinquennio. Si trattò del passaggio ad una vera e propria nuova “fase storica” dell’economia mondiale che − come da subito chiaramente avvertito dalla SVIMEZ di Pasquale Saraceno (ma pochi colsero allora in questa prospettiva di carattere “epocale”) − poneva in termini radicalmente nuovi, e assai più problematici, la questione delle condizioni in cui «sarebbero continuati i processi di industrializzazione ancora lontani dal compimento».
Sul versante della politica speciale, già dagli anni Settanta, si registrò una
progressiva perdita di efficacia dell’intervento straordinario determinata da molti fattori, tra cui: l’attenuazione della selettività e generalizzazione degli accessi agli incentivi; il dirottamento verso il Centro-Nord di agevolazioni e il progressivo depotenziamento di quelle per il Sud; l’eccessiva proliferazione di intervento, che ne minò la concentrazione territoriale; e, in particolar modo, la crescente difficoltà a rendere compatibile l’impostazione e la natura “tecnica” dell’azione della Cassa con il “mutamento istituzionale” dall’avvio del regionalismo italiano e i peculiari equilibri politici nazionali degli anni Settanta, aree di intervento, che ne minò la concentrazione territoriale; e, in particolar modo, la crescente difficoltà a rendere compatibile l’impostazione e la natura “tecnica” dell’azione della Cassa con il “mutamento istituzionale” dall’avvio del regionalismo italiano e i peculiari equilibri politici nazionali degli anni Settanta.
La deriva dell’intervento trascinò con sé l’intera immagine pubblica del Mezzogiorno: la perdita di efficacia porterà a parlare di degenerazione e a puntare l’attenzione solo sulle malversazioni; e il Sud non solo perderà la centralità acquisita nel ventennio della convergenza, ma viene gradualmente identificato come il luogo fisico (sistema sociale e cultura) dove hanno origine, si sedimentano e si concentrano storture e vizi capitali della società italiana: sprechi, inefficienza, clientelismo, criminalità. Fu con quei “sentimenti” di ostilità o sfiducia che si giunse – sotto la minaccia referendaria – alla frettolosa chiusura dell’intervento straordinario nel 1992.
Ma al peggior andamento del Mezzogiorno ha concorso anche una ridotta efficacia della politica regionale di sviluppo, nazionale e comunitaria, che trova spiegazione, in primo luogo, in una dimensione della spesa pubblica in conto capitale complessiva destinata al Mezzogiorno assai inferiore a quanto programmato, e in progressivo declino dopo il valore massimo registrato nel 2001 quando essa fu pari al 41,1% della spesa in conto capitale del Paese, per giungere nel 2008 ad appena il 34,8% (valore non solo ben lontano dal 45% del totale nazionale originariamente fissato in fase di programmazione, ma che, come accade ormai da qualche anno, non eguaglia neppure il “peso naturale” del Mezzogiorno, in termini di popolazione e di territorio).
Il XXI secolo, il secolo della “globalizzazione” economica, ha spostato il centro della produzione e dello sviluppo economico nell’oriente (tra Est ed Ovest) riportando il Mediterraneo al centro dei grandi flussi commerciali tra il Sud ed il Nord del Mondo.
Il Mezzogiorno, infatti, resta fanalino di coda nella produzione nazionale, con scarse opportunità di crescita se non si interviene in fretta.
Dal 1995 al 2019, la quota di PIL del Sud Italia rispetto alla nazione intera è addirittura diminuita: tutti i numeri sul mancato sviluppo del Meridione. Il PIL del Sud Italia diminuisce ancora.
E giustamente, stando ai dati sempre più deprimenti riguardanti la produzione e la dimensione sociale del Meridione.
La produzione nel Meridione è peggiorata, così come non sono affatto positivi gli altri dati dal 1995 al 2019: crescita cumulata dell’occupazione: 4,1% (16,4% nazionale); crescita
Gli ultimi numeri provengono da uno studio di Confcommercio: “Economia e Occupazione al Sud 2015-2019”, prospetto delle debolezze di questo territorio.
Cosa è emerso? Innanzitutto, la parte di PIL prodotta al Sud in rapporto a quella nazionale si è attestata al 22%, in ribasso rispetto al 24% del 1995.
Se ne parla ancora – come da decenni della crescita e dello sviluppo del Sud. In 25 anni, quindi Sud ancora.
Questa centralità del Mediterraneo ha riportato il Meridione d’Italia e la Sicilia al centro di una nuova opportunità di sviluppo.
In questo nuovo scenario dell’economia mondiale il Meridione e la Sicilia, in particolare, può svolgere il ruolo di piattaforma di questi nuovi flussi commerciali che attraversano il Mediterraneo. Questa opportunità va colta ed offerta al Paese come elemento di sviluppo di tutto il sistema dell’economia nazionale.
La questione meridionale e della Sicilia non può essere più posta in termini di rivendicazionismo o in termini di richiesta di risorse straordinarie, ma in un’ottica completamente nuova, cioè lo sviluppo del meridione e della Sicilia rappresentano l’elemento di opportunità che il sistema Italia ha per inserirsi nel contesto dello sviluppo dell’economia mondiale rappresentato dalla centralità della produzione mondiale dei Paesi dell’Oriente.
Come rilanciare il Sud Italia?
Come intervenire, quindi, per rilanciare in modo efficace il Meridione?
Alcuni spunti:
Importanti gli investimenti che verranno fatti nei prossimi anni non bisogna fare l’errore di pensare che vi sia una sorta di automatismo tra risorse spese e soluzione dei problemi, la priorità va data alle infrastrutture, è necessario prima di tutto rimuovere il gap di contesto nel quale si trovano le regioni del Sud rispetto al resto d’Italia”.
Non basteranno, dunque, le risorse messe a disposizione dagli strumenti europei (Draghi le ha quantificate a circa 96 miliardi di euro). Bisognerà superare una mentalità e sistemi radicati: dall’illegalità alla burocrazia nociva per portare sviluppo e investimenti stranieri.
E, infine, rivoluzionare lo stesso turismo. “Bellezze naturali, percorsi culturali e clima favorevole, dovranno tradursi in ricchezza per il Sud Italia.
La parte di aiuti per il lavoro della Next Generation l’U. E. rappresenta un’occasione unica per aumentare finalmente la spesa in infrastrutture fisiche e digitali e nelle fonti di energia sostenibile. In questa ottica non si può tralasciare gli interventi verso gli Istituti tecnici superiori e professionali per creare competenze, oltre che istruzione, nel settore dell’innovazione 4.0.
La classe politica e quella imprenditoriale del Mezzogiorno e del Paese Italia devono fare una seria riflessione per dotare il Meridione e la Sicilia di tutte quelle infrastrutture ed “asset” territoriali che ne favoriscono l’attrattività degli investimenti e quindi la crescita economica e l’occupazione. Questo nuovo modo di intendere il Meridionalismo e l’autonomismo regionale ci fa superare il concetto di Meridionalismo e autonomismo accattone e straccione e ci consente di fare un enorme salto culturale agganciandoci alla modernità del divenire socio – economico. Il dopo emergenza del Coronavirus, le risorse del Recovery Plan possono e devono essere l’opportunità dello sviluppo di un nuovo Mezzogiorno. Il Recovery Plan: prevedono all’Italia 30 miliardi netti di sussidi, ad esso si aggiungono ulteriori risorse provenienti da programmi europei e dai Fondi per la coesione, che mettono a disposizione altri 96 miliardi di euro per il Sud nei prossimi anni fino al 2016.
Queste risorse devono però essere canalizzate correttamente per attuare una vera e propria ripartenza del Mezzogiorno.
Due problemi si pongono:
A) Nell’utilizzo dei fondi europei: a fronte di 47,3 miliardi di euro programmati nel Fondo per lo Sviluppo e la Coesione dal 2014 al 2020, alla fine dello scorso anno erano stati spesi poco più di 3 miliardi (6,7%);
B) Nella capacità di completamento delle opere pubbliche: nel 2017, in Italia erano state avviate ma non completate 647 opere pubbliche. In oltre due terzi dei casi, non si era nemmeno arrivati alla metà. Il 70% di queste opere non completate era localizzato al Sud, per un valore di 2 miliardi.
Negli ultimi anni c’è stato un forte calo negli investimenti pubblici, ovunque in Italia ma al Sud soprattutto: tra il 2008 e il 2018, la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata ed è passata da 21 a poco più di 10 miliardi.
Per entrare nella sua azione operativa per il cambiamento possiamo proporre alcune iniziative concrete.
La rivoluzione tecnologica, suppone l’inizio di qualcosa di nuovo e forse è arrivato il momento di rispondere alla domanda che già si pose Koolhaas (architetto urbanista olandese): e se dichiariamo semplicemente che non c’è una crisi e ridefiniamo la nostra relazione con la città e i suoi spazi non come suoi costruttori ma come suoi sostenitori?
La città contemporanea in cui ci troviamo a vivere si presenta come una realtà stratificata e complessa che solo può essere intesa se si prendono in considerazione tutti i suoi elementi di cambio e non solo le sue relazioni di continuità o di opposizione col passato.
La rivoluzione dello spazio, nell’era della tecnologia informatica e dell’economia globalizzata, è una dimensione fondamentale del processo complessivo di trasformazione strutturale che sta avvenendo nella società. La trasformazione dello spazio va inserita nel più ampio significato di una trasformazione sociale complessiva: lo spazio non è un riflesso della società, ma una espressione di essa, dimensione fondamentale inseparabile dal generale processo di organizzazione e sviluppo sociale.
La nuova dimensione di spazio fisico e di spazio di flussi va visto in una nuova visione di vasti territori integrati funzionalmente e differenti socialmente. Queste nuove forme spaziali sono le aree metropolitane. Le relazioni sociali sono contraddistinte allo stesso tempo da individualismo e da comunitarismo. Entrambi i processi d’identificazione sfruttano, per affermarsi sia la dimensione spaziale sia quella della comunicazione.
Le città di tutto il mondo sono sempre più multietniche e multiculturali. La criminalità è saldamente inserita nel tessuto cittadino, garantendo occupazione, reddito e organizzazione sociale alla cultura dell’illegalità.
L’interruzione delle comunicazioni interindividuali e interculturali e il trionfo dell’organizzazione dello spazio come difesa dall’altro da sé, determina la formazione di aree molto segregate: comunità protette da cancelli per i benestanti e ghetti per i miserabili.
La rivoluzionare dello spazio dalle nuove Agorà al recupero urbano e dei beni comuni e allo stesso turismo. “Bellezze naturali, percorsi culturali e clima favorevole, dovranno tradursi in ricchezza per il Sud Italia.
La riconversione ecologica dei SIN (siti industriali nazionali) ubicati nel quadrilatero della area industriale di Siracusa, Priolo, Melilli, Augusta. Area di Milazzo, Pace del Mela e Ilva Taranto. Siamo all’inizio di una stagione di rinnovamento. Il nostro obiettivo è mettere il Sud al centro di iniziative operative e concrete

POSTED BY
Editore Editore

Copyright Mezzogiorno Federato 2021. Tutti i diritti riservati.